Entro in terzabì, dove sto facendo tirocinio da circa un mese. Appena incrocio lo sguardo del piccolo S gli chiedo sottovoce: “Stasera a che ora è la partita?”.
Lui mi risponde: “Non so, maestra, però so che stasera dopo la Moschea torneremo a casa per la partita e ho il permesso di guardarla tutta fino alla fine”.
“Oh, evviva, che emozione! Sai che anche io tifo per il Marocco a questi Mondiali? Ma adesso basta, stai attento a quello che sta leggendo maestra P, scusami per averti disturbato”.
…
“Maestra Chiara?”
“Dimmi, piccolo S”.
“Non ho capito una cosa: perché tu tifi Marocco?”.
“Beh, perché è la prima volta di tutta la storia dei Mondiali che il Marocco arriva così avanti”.
“Ah. E se ci fosse Italia-Marocco, per chi tiferesti?”
“Beh, in quel caso tiferei sicuramente Italia.
“Sì, giusto. Io quando non gioca il Marocco tifo il Brasile perché Neymar è forte. Tu tifi anche Brasile, maestra?”.
“No, piccolo S, non tifo per quelli forti. Mi piace che vincano quelli da cui nessuno si aspetta che vincano”.
Continua a guardarmi col viso accigliato. Si capisce che non l’ho convinto. Infatti prosegue:
“E allora perché tifi Marocco adesso, maestra?”.
“Te l’ho detto, piccolo S: pensa che se vincesse il Marocco sarebbe la prima volta che una squadra africana arriva in testa al torneo”.
“Ah”.
Riprende a scrivere, perplesso.
Poi torna alla carica:
“Maestra? Ancora una cosa”.
“Dimmi, piccolo S”.
“Non ho capito perché tifi proprio Marocco”.
“Perché oggi gioca contro la Francia e un giorno, tanto tempo fa, proprio la Francia è andata in Marocco e si è presa quello che non era suo; sai, lo facevano in tanti, all’epoca, non solo la Francia. Ma oggi sarebbe bello per una volta che fosse il Marocco a vincere contro la Francia e non viceversa”.
“Ah”.
Niente, non è ancora convinto.
Vorrei tanto dirgli: caro piccolo S., vorrei che vincesse il Marocco per tutte le volte che ero seduta, fin da bambina, dentro all’abitacolo di un’auto e fuori dal finestrino c’era la mano di qualcuno che voleva vendere dei fazzoletti a migliaia di chilometri dalla sua famiglia, per tutte le volte che non ho comprato quei fazzoletti; vorrei vincesse il Marocco perché nella lingua italiana esistono crudeli parole-etichetta come “vucumprà” e non esistono parole più necessarie, come, che ne so, il corrispettivo della poetica “Vorfreude”, per dire quello stato di febbrile felicità anticipata che ti prende quando sai che sta per succedere una cosa bella o che incontrerai qualcuno di speciale; per tutti i colonialismi; per tutti quelli che si sono sentiti estranei ad un posto e invisibili; per Cenerentola, sì anche per lei, che vestita di abiti scintillanti viene notata dal principe in mezzo a frotte di nobildonne nubili.
Dopo pochi minuti, S torna ancora alla carica. Nessuna delle mie risposte era quello che voleva sentire.
“Maestra, dimmi la verità: tu tifi Marocco perché il Marocco è forte”.
“Sì, piccolo S, è così: tifo Marocco perché è forte”.
Finalmente si apre in un sorriso soddisfatto. Mi dà il cinque.
“E dopo la Francia, sai maestra, andiamo in finale contro l’Argentina”, gli occhi che brillano di orgoglio e speranza.
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