Scritta da Chiara Bertora e resa sonora da Luca Dalmasso. Supervisione testuale di Luca Dalmasso, illustrazione di Laura Guerra (instagram/drawing.fish)
Ascolta la versione letta e musicata della storia.
Qualcuno di voi ha mai sentito parlare di un certo Michele?
Michele il venerdì sera andava sempre al cinema con suo nonno Achille. Nonno Achille ci sentiva poco soprattutto dall’orecchio destro, per via di certe sue imprese da palombaro nei mari del Sud che gli avevano rovinato un timpano. Michele non lo sapeva, ma il nonno non riusciva quasi più a seguire i film che vedeva. Voleva, però, così bene a quel suo piccolo nipote dai capelli sottili come alghe dei mari caldi, che ogni venerdì alle otto in punto suonava alla sua porta. Poi, tenendosi per mano, i due andavano in centro al paese a vedere quel che proiettavano al cinema Arlecchino. Anche Michele aveva un segreto che nonno Achille non conosceva: a lui non interessavano i film, piuttosto gli piaceva tantissimo stare dentro alla sala, sedersi su una di quelle enormi poltrone di velluto rosso, dondolarsi spingendo le gambe all’insù e nella penombra spiare, in silenzio, le facce degli altri spettatori, soprattutto quella di nonno Achille, a cui voleva moltissimo bene.
L’altra cosa che piaceva molto a Michele era la lettera acca. Però non era una di quelle passioni come i fumetti, la pizza, o camminare in montagna. Quel che era capitato a Michele con la lettera acca è che da quando la maestra aveva tracciato sulla lavagna quelle tre lineette, due verticali lunghe e una orizzontale un po’ più corta là nel mezzo, lui aveva cominciato ad accorgersi di cosa l’acca pensasse, sapeva cosa l’acca sentisse. Michele capiva l’acca come nessuno mai.
La cosa era ben strana, certo per Michele, ma soprattutto per l’acca stessa.
Quella povera acca, figuratevi quanto fu sorpresa a sentirsi rivolgere la parola da Michele, mentre se ne stava lì, in silenzio, tracciata con la matita gentile sul suo quaderno di prima: «Eh, lo so, capisco bene che per te questo è un brutto problema, acca: dev’essere ben strano per una lettera avere un nome che non contiene proprio quella lettera lì. Voglio dire, tutte le altre, vocali o consonanti, hanno sé stesse dentro al loro nome: la A è la A, la U è la U, la M è la M, persino la Z, che sta all’ultimo posto è la Z. E tu, ACCA, perché tu non hai nessuna H? Sarei arrabbiato anche io, al posto tuo».
A sentire quelle parole, credetemi, ci mancò poco che l’acca non svenisse e diventasse un “uno” in numeri romani. Lei non aveva mai fatto parola con nessuno di quel suo tormento riguardo al nome. E so per certo che è così: sapete perché? Primo, perché le acca non mentono mai, secondo perché l’acca non avrebbe potuto parlarne con anima viva, dal momento che è muta. Muta, zitta, silenziosa, zero parole. Mai pronunciato nemmeno un suono in vita sua.
Ma non confondetevi: l’acca era sì silenziosa, ma era tutt’altro che quieta, o docile o tranquilla. L’acca era spigolosa e piuttosto dura: insomma aveva un caratteraccio. L’acca, poi, faceva vere rivoluzioni. La sua presenza era silenziosa solo in apparenza: dove passava, cambiava suoni e identità. Michele questo non lo sapeva, prima di conoscerla. Ma quando la vide in azione e capì di cosa fosse capace, ne fu sbalordito. L’acca era così ruvida da rendere duri i suoni dolci: trasformava le pance in panche, i giri in ghiri, i baci in bachi.
Ma l’acca sapeva fare anche un’altra cosa ben più strana: sapeva dare un’identità precisa alle parole gemelle, quelle col suono uguale uguale, quelle parole che hanno tanto bisogno di distinguersi. Grazie a lei si poteva riconoscere la “A” di quando una scimmia è “a testa in giù”, da quella di quando “ha mangiato tre banane ma ha ancora fame”. E sa anche distinguere la “o” che c’è negli quell’ “ooh” di meraviglia davanti a un arcobaleno che si spalanca dopo la pioggia, da quella “o” che ci fa scegliere tra “i finocchi o il gelato” quando è l’ora della merenda. Ed è sempre grazie a lei, che possiamo dire “ho paura” e rifugiarci svelti dentro ad un abbraccio.
Un gran bel servizio, non credete?
Quanto all’acca, sapere che c’era Michele a capirla in quel modo, l’aveva addolcita un po’. Era molto meno arrabbiata col signor Alfabeto, che aveva dimenticato di metterle l’h nel nome e, per di più, quando aveva distribuito i suoni, era arrivato davanti a lei con il sacchetto vuoto, quell’incompetente. Si dice addirittura che, ogni tanto, quando lei e Michele sono a casa da soli, l’acca esca dal quaderno, allunghi le due linee verticali fino al soffitto, allarghi dolcemente la linea orizzontale, diventi per lui un’altalena e gli permetta di salirci un po’ su. Michele se ne sta lì a dondolarsi spingendo le gambe all’insù: così in pace con il mondo che rimane anche a occhi chiusi a spiare i pensieri silenziosi della sua amica acca.
Tu, ruvida acca, hai più di un tormento
e se li conti tutti, son quasi quattrocento.
Ma il tuo nemico è sempre, è sempre lui, lo stesso,
quello che per te, è un grande “pesce lesso”.
Ha fatto sì un errore, quel grande pasticcione,
di non darti suoni, a inizio creazione.
Con te siamo d’accordo: la testa ha un po’ di rapa,
ma a te non fa star bene star sempre arrabbiata.
Lo sciocco Alfabeto, ormai ti ossessiona:
ma H ascolta me, liberati e perdona.
Oh dimmi la ricordi, quella volta al tribunale?
Quando a processo portasti il rivale?
Ti aveva tolto sì delle grandi libertà:
potevi aver vicina solo: c, g, u, o, i, e, a.
Ma il giudice lui fu, alquanto irremovibile
e la sentenza anche, ingiusta e terribile.
Ti ha poi condannata a rimanere accanto
a quelle sette lettere, e sette son soltanto.
Il tuo cuore a quel punto, era molto affranto,
lasciavi sulla carta grandi gocce color pianto.
Ma per tua fortuna, alcune amiche han pensato,
e dopo aver capito, un bel piano han creato
Allestendo un ballo, un ballo in tuo onore
quando molto piccole si fanno ormai le ore.
E allora quando arriva la notte più profonda,
le lettere in segreto fan grande baraonda.
E in mezzo ai quaderni si scambiano di posto
Per ritornar all’aba, in ordine composto.
E se dal vostro zaino, bimbi, arrivan gran risate
Dovete star tranquilli, non vi preoccupate.
Son 21 lettere, una danzante compagine
si fanno il solletico in mezzo alle pagine.
E compongon storie, incantevoli creature
piene di poesia, giochi e avventure.
Nessuno le ha mai lette, almeno fino ad ora,
Si dice che spariscan quando torna l’aurora.
E se il primo a scoprirle fossi proprio tu?
Le misteriose storie di questa strana tribù
Appoggiati allo zaino e ascolta attraverso:
troverai i segreti più segreti dell’universo.
Hai appena letto “L’Acca e Michele”: è uno delle nodi di Oltreluci, una storia musicata. Per orientarti nel sito e trovare altri contenuti, puoi cliccare qui.
Mi piacerebbe provare a far circolare questi contenuti senza i social, come semi trasportati dal vento o dalle mani di chi li trova interessanti. Se questo post ti è piaciuto, puoi condividerlo con qualcuno a cui potrebbe parlare. E se vuoi ricevere le ‘oltreluci a domicilio’, trovi tutto nel banner laterale. Grazie! Chiara


Lascia un commento