Sperimento in queste settimane che la cosa più difficile delle vacanze sta nella sua etimologia. Il problema della vacanza, almeno per come sono fatta io, è la mancanza. Se tutti teorizzano che nell’educazione dei bambini la noia sia salvifica, da ricercare volontariamente, mi chiedo come coltivare il mio vuoto di consuetudini, che letteralmente mi destruttura, come se alcuni mattoni mi cadessero rovinosamente da addosso, lasciando mucchietti di macerie. È incredibile come questa mia spossatezza estiva sia stata letta con estrema facilità da un amico che non vedo da tantissimo tempo, ma che riesce a conoscermi anche attraverso sporadiche telefonate nelle quali scavalca i miei muri per arrivare a vedermi dove e come io, per mancanza assoluta di oggettività, non riesco per niente. “Chiara, tu non sopporti di fermare il tuo lavoro di ricostruzione di te stessa; è come se l’estate ti imponesse di mettere giù gli strumenti e tu non riesci a stare con le mani in mano ad opera incompiuta”. Io non lo so come si producano certi prodigi, come qualcuno sia in grado di consegnarci la semplicità di una verità che, una volta svelata, è incredibilmente ovvia. Eppure, per fortuna, ogni tanto accade.
Non riesco a riporre malta e cazzuola, ma almeno adesso riesco dare un nome a una parte di quello che sto provando in queste settimane estive. Di tutto quello che pensavo cambiando vita professionale, forse la vacanza era quella che guardavo con minore preoccupazione, anzi. Decido allora di sfruttare la lontananza dalla scuola per pensare a lei con calma. E pensando alle vacanze, immagino i prossimi compiti per le vacanze per i bambini che incontrerò. E provo a farli io stessa, mentre aiuto le mie tre figlie a fare i loro, ogni volta che me lo chiedono.
Ripenso ai compiti che sono stati assegnati a me e brilla un unico ricordo: una supplente al liceo che un giorno ci disse di scrivere liberamente con questa unica indicazione: “Il colore rosso”. Oggi mi tornano in mente quelle tre parole nella loro geniale profondità, che ci richiedeva di tuffarci nell’osservazione di noi stessi di fronte ad una manifestazione semplice del mondo esterno, un colore. Allora, avevamo bisogno di libertà e di qualche pennellata per darle un margine salvifico. Ecco perché quel titolo era perfetto, perché ci richiedeva osservazione, riflessione e libertà. So di avere ancora bisogno di queste tre cose e allora provo a farmi guidare da quel titolo nel pensare ai compiti per le vacanze del futuro.
Ecco quello che ho immaginato finora:
- un quaderno vuoto vuoto, fatto magari di alcune pagine bianche, alcune a righe, alcune a quadretti, da riempire a piacere con tutto quello che la fantasia vorrà (parole scritte, disegni con qualsiasi tecnica, carte di caramella, petali di fiori, foglie di felci nelle quali scoprire i frattali, foto, storie composte ritagliando parole dai giornali, biglietti di traghetti, aloni di lacrime, osservazioni della luna, scritte arancioni nate da frammenti di mattoni, strappi, buchi di cancellature, tagli e chissà cos’altro ancora); l’idea non è mia, è già una realtà per l’estate dei bambini di Luca
- riproduzioni di lettere e numeri prese da dove si possono riconoscere: scritte strane prese da segnali stradali, insegne, biglietti di concerti, la I dentro agli amenti dei castagni, la D nella penna di un gabbiano che galleggia sul mare, la E nei tentacoli del polpo adagiato sul piatto del ristorante, la V rovesciata nel capanno del trattore dove si è trovato rifugio sotto alla grandine, il 4 del profilo delle vecchie sedie del soggiorno di casa dei nonni,…)
- elenchi (un elenco delle cose gentili che sono successe in un tal giorno o settimana*; un elenco delle cose che ci sono sembrate ingiuste in un tal giorno o settimane e/o dei rimedi che si potrebbero attuare**)
- registrazioni di paesaggi sonori, da risentire insieme, di modo che poi possano ispirare disegni o storie o danze o altro ancora ai compagni
- riuscire a farsi capire da qualcuno spiegando una cosa che ci dà fastidio, che ci fa star male, che ci fa paura***
- dire almeno una volta “mi dispiace”, “scusa”, “hai ragione tu” con onestà
- trovare almeno una storia bella da conoscere, non importa quale e quanto lunga e come siamo venuti a contatto con lei, basta che sia bella da raccontare agli altri
- imparare una parola straniera in una lingua che non sia né l’italiano né l’inglese
- scrivere una lettera colorata, ispirate alle “lettere verdi” (https://www.topipittori.it/it/topipittori/lettere-verdi), nelle quali scrivere ad un adulto che può prendere delle decisioni qualcosa che vorremmo cambiare e che ci stia a cuore****
- riconoscere i momenti in cui ci è stato necessario fare un calcolo matematico per riuscire a fare qualcosa nella vita di tutti i giorni e provare a trasformarlo in un piccolo problema da far fare ai miei compagni quando ci ritroveremo.
*ho fatto questo esercizio insieme a una delle mie figlie, durante una settimana di cammino sull’Appennino tosco-emiliano, tra Modena e la Versilia. Questo l’elenco sommario:
– in piazza a Modena, col sole a picco e gli zaini in spalla, arriva una voce dalla finestra di un centro estetico: “Volete salire per andare in bagno? Venite!”
– un camminatore canuto che, appena iniziata una bufera di vento e grandine dentro al bosco, alla mia domanda “Smetterà?” mi ha riposto molto seriamente: “Tutto quello che ha un inizio, ha anche una fine”
– l’autista del bus di linea che ci ha portato più avanti del previsto per risparmiarci un po’ di strada sull’asfalto e riconsegnarci alla sicurezza del bosco
– la signora dell’ultimo albergo che ci ha indicato una scorciatoia “veloce, veloce” per arrivare in stazione
– la parola “iersera”, deliziosamente desueta, pronunciata da un’allegra signora straniera sul bus e ritrovata qualche ora dopo nella traduzione un po’ datata di Furore di Steinbeck
– tre signore grosso modo ottantenni che sono andate insieme a fare il bagno nel mare, tenendosi per mano per non cadere tra le onde
– la smisurata gentilezza della natura dentro alle fragoline a bordo sentiero, nel volo delle lucciole, nei fiori selvatici, nella danza delle farfalle.
**ho fatto questo esercizio tra me e me, in un singolo giorno e mi è sembrato portatore di un qualche senso, almeno pari a quello del riconoscimento dei segni della gentilezza:
– lo sfruttamento del coltan (soluzioni, piccole: far durare un telefono il più possibile; comprarne uno di seconda mano; cercarne uno senza coltan: esistono)
– i venditori ambulanti, con il loro carico umano, mentre io sono mollemente inoperosa sotto al sole in spiaggia (soluzioni, piccole: chiedere di loro, condividere frutta e acqua)
– l’impossibilità di riciclare le resine filtranti delle caraffe per l’acqua (soluzioni, piccole: chiamare il servizio consumatori, proporre la filiera di riattivazione delle resine).
***una delle mie figlie un giorno sbotta “mamma, quando mi dici “fai come credi” mi fai venire un’ansia pazzesca: qualunque cosa io decida mi sembra poi sbagliata”; mi sorprende, le dico che invece la mia intenzione è di accordarle libertà per quelle decisioni su cui può essere autonoma; decidiamo insieme che la versione “fai come vuoi” va bene ad entrambe. In un momento nel quale mi sento di sfuggire alla comunicazione costruttiva, di essere arroccata dentro ad una fortezza inespugnabile, questo confronto è da balsamo per i miei ingranaggi intricati.
****io sono un’adulta che può cambiare le cose, naturalmente, ma l’esercizio l’ho fatto comunque, come per tutti gli altri compiti, per sperimentarlo; ho provato a scrivere all’Assessora alle Politiche Educative del mio comune per trovare una soluzione allo spreco di cibo nelle mense scolastiche.
Mi piacerebbe provare a far circolare questi contenuti senza i social, come semi trasportati dal vento o dalle mani di chi li trova interessanti. Se questo post ti è piaciuto, puoi condividerlo con qualcuno a cui potrebbe parlare. E se vuoi ricevere le ‘oltreluci a domicilio’, trovi tutto nel banner laterale. Grazie! Chiara


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