Percorrevo stamattina il lungo viale che dal cancello di entrata porta fino al vecchio sanatorio che ospita una delle due scuole dove lavoro quest’anno, in mezzo ad alcuni alberi maestosi e antichi. Ero in ritardo, ma non ho potuto fare a meno di rallentare il passo e poi fermarmi alla vista di uno scoiattolo, uno dei tanti che ha scelto di vivere in quel meraviglioso giardino. La sua coda, che l’inverno ha reso più gonfia di un pelo che si può immaginare morbidissimo, saltellava con un movimento allegro tra gli alberi e l’erba ghiacciata; quella coda mi ha ipnotizzata per qualche secondo.
Era una creatura indubitabilmente bella, che si muoveva con una grazia che si sarebbe potuta dire danza, in mezzo a creature silenziose, imponenti e altrettanto belle.
Era un esemplare di scoiattolo grigio.
I corsi di zoologia della mia prima università mi hanno insegnato anni fa ad odiare, ecologicamente parlando, lo scoiattolo grigio che, avendone occupato quasi interamente la nicchia ecologica, ha ridotto ai minimi termini la densità di popolazione del nativo scoiattolo rosso. Insomma, sono abituata da tanto tempo a considerare lo scoiattolo grigio come uno dei tanti segni della condotta umana scellerata nei confronti dell’ambiente, che sposta, annienta, sfrutta barbaramente le altre specie viventi e, con loro, molte delle risorse non viventi.
Ma, oggi, quello scoiattolo lì, proprio lui, non era altro che lui, era semplicemente un momento di indubitabile grazia e bellezza. Non era portatore di nessuno delle colpe ecologiche della sua specie.
E io, lì ferma a guardarlo, non ero altro che la destinataria di quel gratuito spettacolo di meraviglia, depositaria di un momento di contemplazione nel quale io ero semplicemente io, non avendo sulle spalle nessuna delle colpe della mia specie.
Parto dalla danza di quello scoiattolo grigio e dai miei occhi che ne hanno goduto per tenere stretto in un unico gigantesco respiro ogni singolarità e la collettività a cui essa appartiene, senza che quest’ultima, tuttavia, metta in discussione il valore inestimabile della prima. Ogni singolo bambino con cui ho a che fare ogni giorno è capace di una sua personalissima melodia, ogni suo suono dopo l’altro in modi che cambiano continuamente secondo il registro della libertà, e che, secondo percorsi che vanno accompagnati, si armonizzerà con quelle degli altri bambini, degli adulti, di tutte le altre creature. E, sebbene a tratti, lo confesso, sia sovrastata da sentimenti di frustrazione, so che cercare e trovare quellì’armonia non ha a che fare col saper leggere velocemente, con il conoscere la procedura delle operazioni in colonna col riporto o cambio o come si chiama, con il saper tenere in ordine i quaderni, ma con il riconoscere la bellezza, fermarsi a contemplarla, riprendere svelti a camminare per raggiungere i bambini in classe, ricevere gli abbracci che dicono quant’è bello ritrovarsi e stare nuovamente insieme, sentire il testo della canzone che M ha inventato (“sai, sono un cantautore”), contenere le cariole del cuore ad ogni saluto festoso di L che urla “ciao maestra Chiara!” ovunque si trovi nel momento in cui i suoi occhi incrociano i miei, mangiare il primo dei mirtilli di M che non comincia mai la sua merenda senza avermene offerti, guardare di sottecchi B e Y quando sono capaci di abbracciarsi nonostante tutto, lasciarmi pettinare a mani nude e pure un po’ sporche da E e G, raccogliere notizia di tutti i nostri amici immaginari e ridere insieme dei loro nomi strambi (i miei due, no, hanno nomi comunissimi).
Mi viene in mente che tempo fa, ho incontrato una signora anziana del mio quartiere. Ci siamo fermate a chiacchierare, lei che andava e io che tornavo dal mercato. Mi ha raccontato delle sue difficoltà da quando suo marito è mancato, del senso di solitudine che prova, degli interessi che le mancano. Le ho detto, quel giorno, che è sempre bello vedere come gli uccelli la aspettino al mattino e salutino il suo arrivo con le briciole sul balcone. Il suo sguardo, allora, si è illuminato e ha preso a raccontarmi con trasporto di come, quando è caduto il suo albicocco qualche settimana prima sotto ad una pioggia torrenziale, da dentro al tronco cavo è spuntato uno scoiattolo grigio. E lo scoiattolo grigio è stato a lungo lì, senza paura, in un dialogo muto con lei, prima di trotterellare via. “A vedere quella creatura lì, viva, vicina e senza paura, non so, mi ha preso un senso di bellezza, una specie di speranza e ho pensato che davvero non tutto è perduto”.
Dialoghi muti o allegri e sonori che siano, dentro a giardini o aule di scuola, questo guardare e guardarsi come creature uniche e al contempo sentirsi profondamente insieme, oggi mi sembra una lezione incredibile: grazie, scoiattolo grigio.
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