Ho studiato di recente per l’esame di educazione fisica e ho letto i proclami epistemologici che con orgoglio parlavano di crossdisciplinarità. Ora sto preparando quella che è classicamente nota come Antropologia dei Media e ci ritrovo continui rimandi alla transdiciplinarità.
Mi viene spesso in mente la mia docente di Chimica analitica e Scienze del Suolo della mia prima università, la quale – chimica di formazione- diceva a noi studenti di Scienze e Tecnologie Agrarie di quanto fosse variegato e multiforme il nostro percorso universitario, che abbracciava molti ambiti delle scienze naturali.
Qualche settimana fa, in attesa dello scrutinio, ascoltavo una collega con tanti anni di esperienza affermare con convinzione di quanto l’italiano sia la struttura portante di tutte le altre discipline (“Che dai? Come faccio a fare italiano e non storia in una classe?” si rammaricava) e pensavo tra me e me che io questo lo penso di altro: come fai a non usare l’arte o la musica o il movimento dappertutto coi bambini?
Però, poi, nei giorni successivi, ho messo a fuoco che è davvero vero per tutto: come fai a parlare di italiano e non debordare in scienze, a fare matematica e non raccontare dell’inglese? A resistere ad aprire una carta geografica o a parlare di filosofia, quando stai leggendo una poesia?
Ma quindi, alla fine fine: che senso hanno le discipline, se il sapere è solo uno? Che senso ha avere maestrɜ a righe o a quadretti, quando il sapere è un fluido che non può prendere nessuna forma, perché uscirà puntualmente da ogni contenitore? Perché dovremmo accettare un’identità disegnata su carta millimetrata, quando insegniamo a (e siamo noi stessi!) creature in crescita, mobili, piene di domande che non si incastrano nei margini?
E se le cosiddette discipline non fossero confini, ma semplicemente delle lingue? Saremmo insegnanti di canto: ognuna con il suo lessico, la sua grammatica, il suo timbro, il suo ritmo. E come tutte le lingue, il loro senso più profondo non è restare isolate, ma tradursi l’una nell’altra, ibridarsi, contaminarsi.
Cosa so, quindi? Beh, sempre e su tutto di non sapere. Poi so che c’è l’esperienza. C’è il corpo che sente, l’anima che dà forma, la mano che disegna, l’orecchio che ascolta, la mente che racconta, il cuore che connette. E che qualche volta l’unico motivo per dare delle etichette è per avere il piacere, ad un certo punto, di scollarle via.
Dipinto di Retne Art
Mi piacerebbe provare a far circolare questi contenuti senza i social, come semi trasportati dal vento o dalle mani di chi li trova interessanti. Se questo post ti è piaciuto, puoi condividerlo con qualcuno a cui potrebbe parlare. E se vuoi ricevere le ‘oltreluci a domicilio’, trovi tutto nel banner laterale. Grazie! Chiara


Lascia un commento