In una classe quinta primaria, ho costruito un percorso individualizzato con una bambina con disturbo dello spettro autistico a basso funzionamento. Abbiamo lavorato per due ore la settimana da ottobre a marzo in uno spazio tranquillo, stabile e privo di stimoli eccessivi, dove ci si potesse sentire al sicuro. Il suono è stato il punto di partenza e il filo conduttore di tutto il lavoro: un mezzo per sviluppare competenze linguistiche e narrative, ma anche — e forse soprattutto — un canale per la relazione e per la costruzione di significati condivisi.
Fin dalle prime settimane, è emersa una trasformazione sottile ma molto significativa: la bambina, inizialmente piuttosto infastidita da suoni forti o non attesi, ha progressivamente acquisito maggiore familiarità e dimestichezza con il paesaggio sonoro che le proponevo. È stato un cammino graduale di avvicinamento, che ha reso il suono non più elemento disturbante ma occasione di esplorazione, gioco, racconto, presenza. Il suono è diventato un linguaggio accessibile.
Il percorso è partito da semplici tracce audio contenenti successioni di suoni da riconoscere. In questa fase iniziale, non c’era un “giusto” o uno “sbagliato”: qualunque fosse la sua attribuzione, veniva accolta. Ad esempio, un suono di automobile per lei era quello di una moto: e moto è rimasto. Questo primo passo ha avuto una funzione importante anche sul piano relazionale, perché ha creato fiducia e apertura.
Da lì siamo passate a un secondo livello: l’ascolto di versi di animali. È stata lei stessa a richiedere suoni specifici — leone, coccodrillo, giraffa, pinguino… — mostrando attenzione e desiderio di approfondimento. Ho cominciato a costruire tracce personalizzate, partendo da quegli stimoli sonori, e abbiamo associato a ogni animale un’azione. Nascono così le prime frasi, ancora molto semplici ma già dotate di un ritmo e di un significato condiviso: Il pinguino vola, La giraffa mangia l’erba, Il leone ruggisce. Il suono guidava la creazione del verbo, dell’immagine, della frase.
Il passaggio successivo è stato l’inserimento del contesto: gli animali non facevano più solo un’azione, ma lo facevano in un ambiente. La frase Il coccodrillo si tuffa nella cascata, ad esempio, nasceva da una traccia composta ad hoc: verso del coccodrillo, suono dell’acqua che scroscia, tuffo. Oppure: L’elefante fa giochi in piscina, Il leone ruggisce nella savana. La narrazione cominciava a prendere forma, e con essa la possibilità di collegare immagini, suoni, emozioni.

Nei momenti di minore disponibilità all’attività verbale, il suono ha cambiato funzione: è diventato semplice accompagnamento. Quando la bambina voleva solo colorare, le proponevo animali da lei scelti e glieli disegnavo; lei li colorava mentre ascoltavamo insieme brani di musica classica, da me selezionati ma da lei sempre approvati: la Suite n.1 per violoncello di Bach, il Notturno op.9 n.2 di Chopin, Il cigno di Saint-Saëns. Anche in quei momenti “laterali”, lo spazio sonoro diventava luogo di relazione e di scambio.
Più avanti nel percorso, ho introdotto tracce più complesse, costruite come piccole sequenze narrative: ad esempio, il miagolio di un gatto, poi un temporale improvviso, un miagolio spaventato, il canto degli uccellini, e infine un miagolio di nuovo tranquillo. Su questa base abbiamo lavorato su diversi livelli: raccontare cosa era successo, mettere in ordine gli eventi, individuare relazioni di causa-effetto (il gatto ha paura perché scoppia il temporale), riconoscere le emozioni del gatto, anche scegliendole tra immagini diverse. In quel contesto, la bambina ha anche iniziato ad aggiungere elementi di sua iniziativa: ad esempio, l’arrivo di una cornacchia che disturba il sonno del gatto, che ho poi integrato anche nella traccia sonora.
Puoi ascoltare la traccia della storia del gatto, cliccando qui.

Abbiamo continuato a creare insieme nuove storie sonore, sempre più articolate, seguendo i suoi interessi, le sue pause, i suoi tempi. Ogni traccia era come un piccolo cantiere di senso: suoni, immagini, parole, emozioni si intrecciavano per costruire un pezzetto di mondo condiviso.
Questo percorso mi ha confermato quanto il suono, nei contesti educativi, possa essere molto più di un semplice stimolo. Il sonoro ha svolto in questo caso un triplice ruolo: è stato strumento espressivo, ambiente sensoriale da esplorare, e soprattutto mezzo di relazione. Ha accompagnato la bambina ad avvicinarsi in modo non invasivo al linguaggio, a sperimentare forme di narrazione accessibili, a costruire nessi e connessioni. Lavorare in questo modo, oltre ad educarmi ad una lentezza profonda e generativa, ha permesso di affidarsi al suono non come “sottofondo” o “effetto speciale”, ma come materia viva, percorribile, capace di farsi significato. Il suono è stato uno dei nostri alfabeti comuni: non scritto, non parlato, ma fatto di presenze, ritmi, pause e risonanze. In questo paesaggio sonoro costruito insieme, la bambina ha, forse, lo spero, trovato non solo un mezzo per esprimersi, ma anche un luogo in cui stare.
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