L’estate di me come maestra comincia con l’ultimo giorno di scuola.
L’ultimo giorno di scuola, quest’anno ho salutato due quinte. Una l’ho conosciuta per tre anni, l’altra per dieci mesi. Il tempo dei sentimenti è anarchico e chiunque sa che non ha senso la contabilità dei mesi nel volersi bene, che possono accendersi legami solidi in pochi istanti e, altrettanto, non basta una vita intera per scaldarne altri, inesorabilmente a temperatura ambiente.
Ecco che quell’ultimo giorno di scuola è stato il culmine di un lunghissimo arrivederci, denso di quei sentimenti impastati e spuri che, proprio perché confusi, sono i più autentici: la tristezza, la speranza, la gratitudine, una punta di disperazione.
Ecco com’è iniziata la mia terza estate da maestra: con infinita stanchezza, profonda gratitudine e con la caduta più eclatante, dolorosa, ma anche buffa dell’estate. Il mio corpo esausto allungato sul marciapiede con solo la mano destra a tenere su un vassoio di paste è una immagine, credo, poco dimenticabile. Lɜ bambinɜ di una delle mie classi che mi sciacquano il ginocchio sbucciato, mentre io rido e vorrei anche un po’ piangere, la sintesi perfetta di quell’inizio.
Sono seguiti gli esami in università e i lavori lasciati indietro dalla mia vita precedente, qualche nuotata al mare, tanta montagna, spizzichi di campagna; e poi è tornato lo studio per l’ultimo esame prima di cominciare il quinto e ultimo anno di Scienze della Formazione Primaria. Sono arrivati tanti pensieri educativi audaci, tante letture di peso (e anche leggere), tanta voglia di realizzare cose belle.
Nel frattempo, quel che sai essere un grandissimo privilegio ma che a tratti senti quasi come una condanna – la lunghissima estate- si sta rompendo e dalle crepe entra, fischiettando nuvole basse, l’autunno.
Tra pochi giorni, meno di una settimana, conoscerò la mia destinazione di lavoro dell’anno nuovo, almeno a grandi linee.
E se, a giugno, rimettermi al lavoro mi sembrava un meraviglioso miraggio da cullare nel riposo estivo, ora, come sperimento da qualche anno ormai, è l’inquietudine a farsi sentire con prepotenza. Dove sarò? Cosa farò? Sarò all’altezza della nuova situazione che vivrò? E ancora: quando avrò la fortuna di poter pensare con progettualità costruttiva a settembre e non con questa paura che governa i miei sogni?
Prima che l’estate di me come maestra finisca, ecco l’ennesima fortuna: qualche giorno in una città meravigliosa, mentre continuo a fare refresh della mail che, in una riga, deciderà il mio anno.
L’estate di me come maestra finisce con uno sguardo a questi miei primi tre anni di nuovo lavoro, agli inciampi soprattutto, che mi aiutano a compilare una lista di appunti per il futuro (per il nuovo anno di me come maestra):
– ricominciare stabilmente a tenere un diario delle giornate in classe
– trovare il modo per entrare in contatto, comunicare, creare una relazione, con bambinɜ e adulti
– ricordarmi, almeno ogni tanto, che tra tutte le opzioni possibili nei momenti di crisi c’è quello di fare una battuta, di incontrarsi in una risata, di disinnescare, di essere leggera.
Mi piacerebbe provare a far circolare questi contenuti senza i social, come semi trasportati dal vento o dalle mani di chi li trova interessanti. Se questo post ti è piaciuto, puoi condividerlo con qualcuno a cui potrebbe parlare. E se vuoi ricevere le ‘oltreluci a domicilio’, trovi tutto nel banner laterale. Grazie! Chiara


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