In un momento di osservazione di scienze, penso tra me e me, forse nemmeno troppo a lungo: “Ci provo, la butto lì: magari qualcuno ne ha un’idea, nonostante sia un argomento ancora lontano da quanto effettivamente imparato insieme in classe di matematica”.
Chiedo: «Bambini, sono passati 14 giorni dall’inizio del nostro primo esperimento; chi sa dirmi, così, senza impegno, quante settimane sono?»
XX alza la mano e risponde con sicurezza: «Sono 2 settimane».
Gli chiedo, allora, di spiegare a tutti il suo ragionamento. «Ho pensato questo: in una settimana ci sono 7 giorni; 7+7 fa 14, quindi ho messo insieme il 7 due volte e ho capito che le settimane sono 2».
A quel punto YY alza la mano: «Non ho capito».
Batto il cinque a YY, perché solitamente non dà l’allarme ma tende ad adagiarsi in una silenziosa mancata comprensione; poi chiedo a XX di ripetere il suo ragionamento.
Ecco che vedo improvvisamente accendersi una luce nei lineamenti del viso di XX, che si illumina tutto: «Ma allora, maestra, quando si dice “i sette giorni della settimana”, sono veramente 7!».
Okay, nei corsi di Didattica della matematica ho studiato i vari significati del numero: sul passaggio cruciale dall’etichetta. Però, che meraviglia assistere di persona al crollo di un’astrazione.
Per un bambino di prima primaria, “settimana” o “sette” possono essere davvero solo etichette linguistiche, un nome proprio come “Lunedì” o “Chiara”. Nel momento in cui YY esclama con stupore che i giorni sono veramente sette, avviene il suo salto cognitivo interiore: il numero smette di essere un nome e diventa cardinalità, acquista sostanza e quantità. È la scoperta che dentro le parole della matematica abitano dei pesi reali.
E ancora: il salto logico di YY è stato possibile solo grazie al suo “non ho capito”. È in quel momento che il potere dell’ammettere una difficoltà si è rivelato come un potentissimo motore di conoscenza. Senza quel blocco onesto, YY non avrebbe mai dovuto rielaborare il suo pensiero e non sarebbe mai arrivato a quella luce improvvisa. E per di più sospetto che il dubbio di YY abbia costretto XX a guardare davvero dentro la sua risposta, trasformando un calcolo corretto in una comprensione profonda.
Una piccola verità matematica, che abita le fondamenta che un giorno reggeranno una pesante muratura, non è arrivata da un pieno, ma dal bisogno riconosciuto di riempire un vuoto.
Hai appena letto “Sette giorni della settimana: il numero che diventa cardinalità”: è uno dei venti di Oltreluci, una riflessione di scuola.
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