In classe, è in corso la restituzione di un gioco in cui le varie isole si sono misurate nello scrivere quanti più possibili esseri viventi in un tempo che da 5 minuti è raddoppiato per il coinvolgimento attivo dei giocatori (e quanto prezioso apprendimento tra pari si è sfogato proprio in quei 10 minuti).
Tra i tassi del miele, le balenottere azzurre, i dodo, i dinosauri, gli alberi, ad un certo punto compaiono gli elfi.
“Ma come gli elfi?”, protesto io, istintivamente.
“Sì, gli elfi”, si difende la squadra proponente questa insolita specie, “perché gli elfi no?”. “Eh, perché, sai, ecco, non è che gli elfi qualcuno li abbia mai visti, eh. Non siamo proprio certi della loro esistenza”, mi aggiro con circospezione in un terreno che comincio a realizzare come delicato.
“E allora gli elfi di Babbo Natale, che ci portano i regali?”.
“Okay, ma quelli sono dei pupazzi di elfi, non elfi veri, no?”.
A questo punto (e questo è molto interessante davvero) insorgono anche tutte le altre squadre, che, sebbene in competizione, vorrebbero dare il giusto riconoscimento alle creature individuate dai compagni/avversari.
“Eh, no, maestra” si infervora il più razionale di tutti “e, allora, come si sarebbe potuto scattare un selfie di nascosto con il cellulare di mia madre, se non fosse vivente?”.
Indovinate chi ha scritto elfi a pieno titolo sulla lavagna dei viventi?
Per una mezz’oretta buona, abbiamo negoziato collettivamente il confine tra zoologia e immaginario e alla fine ha vinto la prova ontologica della fotocamera frontale.
Cartesio; Linneo, perdonatemi, se potete: per ora va bene così.
Hai appena letto “Perché gli elfi no?”: è uno dei venti di Oltreluci, una riflessione di scuola.
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