Le parole difficili spaventano o scivolano via, a qualsiasi età figuriamoci in prima primaria. Da noi, invece, è diventata, quasi senza volerlo, un vero oggetto del desiderio. Tutto è nato per caso, assecondando la passione di alcunɜ bambinɜ per La Ruota della Fortuna. Abbiamo iniziato a usare il gioco dell’impiccato per introdurre i termini nuovi e, senza pianificarlo troppo, ci siamo ritrovati con una forma di gamification perenne.
Quando la sfida si accende, cadono le barriere: partecipa il timido, si concentra il distratto, l’ansioso dimentica la paura di sbagliare. Tutti giocano, perché l’obiettivo è comune e la strada leggera.
Nel tempo abbiamo alzato l’asticella. Non ci accontentiamo più della lettera nuda:
Nella primissima fase, si diceva la lettera nuda (es. “U “). E poi è diventato troppo facile e poco svidante. Così, nella fase due, quella in corso, la richiesta si è alzata: oltre alla lettera nuda, occorre una parola che ce l’abbia come iniziale (es. “U di uva”). La prossima fase, già la immagino: restringeremo il campo lessicale. Se in quel momento staremo parlando di mammiferi, ad esempio, la lettera dovrà essere accompagnata proprio dal nome di un mammifero (es. “O di Orca).
A tratti, l’aspetto cognitivo si fa inaspettataente serio. Nascono discussioni libere sulla struttura della lingua: c’è chi protesta su certe proposte, ragionando sulla probabilità che ci sia realmetne una “H”, sull’opportunità di tentare una lettera straniera
E, insomma, alla fine il gioco dell’impiccato, nella nostra prima A, funziona quasi come un riflesso pavloviano. Quando dico: “No, questa è troppo complessa, lasciamo stare, è robaccia per biologi…” e accenno a come i biologi abbiano avuto voglia di fare ordine tra i viventi e come prima cosa hanno deciso di dividere le creature a cellule “ordinate” e “disordinate”, scatta il coro: “L’impiccato! L’impiccato!”. Ed è così che, con un po’ di pudore, posso dire che in classe mastichiamo parole strambe come procariote e eucariote, a volte solo per sentire il suono strano che fa, a volte perché davvero ricordiamo cosa vogliono dire.
Quello che era un ostacolo diventa un trofeo.
Il risultato è sul muro accanto alla lavagna bianca. Quelle parole non sono solo scritte su quei fogli che via via si allungano: sono state “conquistate”. Sono entrate nel nostro vocabolario quotidiano perché sono passate attraverso l’emozione della sfida. Non le abbiamo semplicemente imparate; le abbiamo vinte. All’inizio a caso, adesso perché ci abbiamo preso, indubbiamente, gusto.
Hai appena letto “O di Orca”: è una delle vie di Oltreluci, una riflessione di scuola.
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