Non so bene cosa sia successo davvero, ma in questa settimana corta di scuola ho avuto la sensazione che qualcosa si sia spostato.
Qualcosa di difficile da mettere a fuoco, eppure centrale.
Si è abbassata la mia frustrazione.
In classe cerco una postura viva, accesa, anche un po’ selvaggia. Non coltivo il disordine, anzi: amo un silenzio creativo, una compostezza che brulica di energia.
Eppure mi imbatto continuamente in esondazioni naturali: distrazioni, chiacchiere, passeggiate, deviazioni dalle traiettorie che ho tracciato con cura.
La mia frustrazione nasce spesso nell’ascolto dei miei stessi richiami.
Da minuscola si ingrandisce a ogni “siediti”, a ogni “non dondolarti”, a ogni “ascolta il tuo compagno”, a ogni “lo sai a che punto siamo?”, a ogni “stiamo lavorando”.
Questa settimana è andata diversamente.
Nel mio solito peregrinare tra i banchi ho appoggiato più mani sulle spalle che parole nell’aria.
Ho proposto passeggiate defaticanti a gambe che chiedevano libertà.
Ho sussurrato inviti invece di richiamare ad alta voce.
Ho guardato meglio dentro alcune attività clandestine e spesso ci ho trovato un esercizio autonomo di decompressione.
Ho preso al volo i saltelli di unə bambinə e li ho trasformati in una pausa attiva per tuttə. Anche per me.
La frustrazione di non riuscire ad accogliere le energie sotterranee che attraversano la classe se n’è andata. E con lei, quella di doverle sempre ricondurre dentro le traiettorie della mia progettazione.
Alla fine, non era la loro energia a essere eccessiva.
Era la forma che cercavo di imporle a non essere la sua.
Hai appena letto “Dentro (e fuori) alla frustrazione”: è uno dei venti di Oltreluci, una riflessione di scuola.
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