Questa la consegna: sul quaderno verde, fare un disegno della gita e raccontarla in almeno due frasi, usando almeno una parola del tempo che passa e una del tempo che fa.
E così, dopo una bellissima giornata tra bambuseto, treno e bosco, sono arrivati i racconti. C’era il sole, certo, e quindi qualche parola del tempo meteorologico è comparsa senza fatica. Molte di più, invece, quelle del tempo cronologico: ieri, oggi, l’altroieri, dopo, prima, quando.
Quando tocca ad A., legge nel suo modo insieme stentato e miracoloso:
“PAROLE DEL TEMPO CHE PASSA: prezioso”.
Rimango un istante in silenzio, poi gli faccio i complimenti. È davvero giusta, quella parola all’apparenza sbagliata.
Sbagliata, se restiamo dentro i confini della consegna. “Prezioso” non risponde alla domanda “quando?”. Non colloca un’azione nel tempo, non la ordina, non la misura secondo le regole che abbiamo deciso.
“Prezioso” risponde a un’altra domanda: non quando, ma quanto. Quanto vale quel tempo. Quanto resta. Quanto conta.
Non è una parola del tempo che passa, non sta nel dio greco che chiamavano Chronos. È una parola del tempo vissuto. A. non lo sa, ma forse ha scovato Kairos.
E allora, con un solo istante di esitazione, gli dico che sì: possiamo dire che quel tempo è trascorso come “prezioso”. Forse è solo fuori consegna, semplicemente perché è già oltre.
E, insomma, sarà anche vero che la correttezza serve, a scuola come altrove. Ma, qualche volta, è meglio trovare la verità.
Hai appena letto “Prezioso”: è uno dei venti di Oltreluci, una riflessione di scuola.
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