A fine agosto 2024 ero alla presentazione di un libro, all’aperto.
Nel 2025 ero in treno, di ritorno da Parigi.
Quest’anno ero sdraiata su un plaid in montagna, dopo un bagno rituale nell’acqua gelida di un torrente.
È arrivata la notifica della nomina. Non volevo aprirla, ho allungato il telefono alla mia amica Cristina, poi l’ho ripreso per cliccare io: tutto in un secondo. Poi ho iniziato a urlare e saltare, davanti al cielo azzurro, a un semicerchio di noccioli e ai miei compagni di questi giorni.
Era la tensione che si scioglieva insieme alla gioia: per la prima volta nella vita sono stata riassegnata allo stesso Istituto Comprensivo per due anni di fila. Contrariamente alle mie abitudini mentali, non ero riuscita a prefigurarmi alternative: l’unica opzione possibile coincideva con quella desiderata.
Nelle due settimane successive è arrivato il resto: sarò in seconda, con bambinɜ e colleghɜ dello scorso anno.
La mia vera prima continuità.
(In foto: un reperto dello scorso anno, promemoria di cosa significa tornare dove una relazione è già cominciata).
Quando si rientra a scuola con un nuovo contratto a tempo determinato o per trasferimento, il primo giorno si «prende servizio». È una formula densa: mette insieme la presenza attiva del prendere e la consapevolezza di essere lì a disposizione di qualcun altro.
E in effetti, se dovessi scegliere un solo augurio per l’anno scolastico che comincia domani, per tuttɜ lɜ insegnantɜ è proprio quello di servire attivamente a qualcosa. Anzi: a qualcuno. Resta un buon modo per lavorare e stare al mondo.
Hai appena letto “Prendere servizio”: è uno dei venti di oltreluci, cioè una riflessione di scuola.
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