vie educative per cuori vivi e menti accese

La direzione dello sguardo

Mi fermo a scrivere, a un mese dall’inizio della scuola con lɜ bambinɜ.

Sto vivendo, insieme a loro, la mia prima autentica continuità. In verità, nel mio percorso di maestra finora, c’è stata un’altra continuità di altra natura, preziosa, quando, dopo la terza e la quarta vissute insieme ad una classe nella quale ero tirocinante, sono stata in quinta loro maestra di sostegno per metà del mio tempo di lavoro.
Quest’anno, tuttavia, è diverso. Con lɜ bambinɜ che ora fanno seconda, abbiamo l’anno scorso fatto prima insieme e, quindi, tecnicamente siamo insieme – per loro- da sempre, non esiste un prima in cui io non fossi con loro. E poi c’è il fatto incontrovertibile che essere titolare di un incarico è un carico -una responsabilità- molto diverso da quello di tirocinante (ruolo che, peraltro, ho amato molto, per il privilegio dell’osservazione). E, ancora, stare insieme per molte ore tutti i giorni, per settimane, per mesi, è un’esperienza piena.

Vivo questa esperienza insieme a 19 bambinɜ, due colleghe magnifiche, due colleghi da cui ho molto da imparare in modi diversi, quattro altre classi con le rispettive insegnanti, operatori davvero in gamba, una comunità di persone intorno che vive in un paese dentro alla città e vive la borgata con un (eccezionale per un grande comune) senso di appartenenza. Quest’anno ho decisamente espanso il mio impegno diretto sulla lingua italiana, ma per lɜ bambinɜ rimango la maestra di scienza e mi sta più che bene. La libertà con la quale con le colleghe programmiamo i vari percorsi didattici ci permette di sperimentare ampiamente che il sapere è davvero uno solo e che è solo per alcune funzionalità organizzative che ha senso talvolta compartimentarlo in discipline.
A inizio anno – e lo dico sentendo ancora l’eco dell’orgoglio che ho provato- dopo una prima primaria intensamente addentro all’esplorazione sonora, artistica e scientifica degli esseri viventi, lɜ bambinɜ mi hanno chiesto se quest’anno avremmo potuto dedicarci finalmente anche ai cromisti, protozoi e archea, che l’anno scorso abbiamo tenuto un po’ da parte, presi com’eravamo da animali, piante, funghi e batteri. Resto dell’idea che nessun argomento è davvero difficile da comprendere, sapere, esplorare se si intravedono delle strade adatte per avvicinarlo.
Abbiamo intrapreso un lavoro, che appartiene a quella che chiamiamo storia e anche alla musica (ma anche alla lingua italiana e alla matematica e alla fisica, e ancora alla geografia antropologica) sul tempo che passa. Dirsi apertamente a 6-7 anni che il tempo è una dimensione relativa e che grazie alla fisica del Novecento siamo in grado di sapere che più si va veloci nell’universo più il tempo scorre lentamente, è stato naturale e anche umanamente doveroso. Onestamente, lɜ bambinɜ non hanno battuto ciglio e hanno preso l’informazione per quello che è: una informazione. Qualcuno ha proposto un albo su Einstein e, non appena deciderà di portarlo, lo leggeremo insieme.
Il tempo è relativo così come relativa è la sua percezione e non c’è forse nessuno come unə bambinə che possa comprendere quanto duri un’ora di divertimento rispetto ad una di noia. Il tempo è la traduzione in una nuova dimensione di percezioni sensoriali: la diversa posizione del sole nel cielo durante il dì, la sua assenza nella notte, la diversa posizione di alcune stelle nella volta celeste di notte, la forma diversa della luna, il battito del nostro cuore, la temperatura dell’aria e la frequenza delle piogge: secondi, ore, giorni, mesi, stagioni, anni sono tutte traduzioni di fenomeni naturali che abbiamo visto, sentito, osservato, percepito. Questa traduzione è stato un bisogno culturale, a cui una parte dell’umanità sappiamo che è stata impermeabile: abbiamo parlato della tribù amazzonica degli Amondawa, il cui linguaggio non contiene nessuna parola che descriva il tempo che passa. E, ancora, ci siamo detti che noi abitanti dell’Occidente vediamo il tempo come una linea che si percorre sempre in avanti, spesso rappresentandola secondo il nostro orientamento di scrittura, da sinistra a destra, ma che ci sono modi diversi scelti dall’uomo per esprimere questo fluire. Abbiamo scoperto che altri popoli, con orientamento della scrittura diversa, come i cinesi, lo rappresentano come una freccia che va dall’alto verso il basso e che il popolo andino degli Aymara ritiene che il futuro sia dietro le nostre spalle perchè non possiamo vederlo, mentre il passato, conosciuto, ci è di fronte, focalizzando l’attenzione non sulla direzione del cammino, ma su quella dello sguardo. Ed è davvero lo sguardo, nella vita e nella scuola, a darci la direzione. Che meraviglia pensare che tutto questo, tutto quello che può essere raccontato semplicemente come una storia, può essere compreso anche a 6-7 anni.
E poi c’è lei, la musica, che, in modo anarchico e rigoroso insieme, decide che l’unità fondamentale non è mica il secondo, ma è il battito e che, a seconda dell’occorrenza, un battito può valere quanti secondi è necessario.
Abbiamo preso anche a scrivere e leggere molto di più, è tempo di prendere possesso in maniera sempre più consapevoli della parola che ci emancipa, ci rende liberi, ci dà la possibilità di esprimerci, almeno fino ai limiti di espressività che ha (perchè la parola, come tutto, di limiti ne ha eccome). Ecco che in uno dei due momenti settimanali codificati di produzione scritta, un bambino – con la consegna di raccontare qualcosa di accaduto fuori da scuola e le emozioni che ha provato, ha scritto che il fratello era stato ad un evento sportivo e che lui si era sentito felice al pensiero che si fosse molto divertito. Non so esprimere esattamente cosa ho provato di fronte a quelle due frasi (eccoli i limiti della parola!) ma di sicuro mi ha riportato in un luogo morbido e dolce, e mi ha indotto a fermarmi come di fronte ad un sentimento sacro. Mi sono sentito felice perchè si è divertito tantissimo.

Dice una canzone di Vinicio Capossela: “tutto è stato un regalo” e io mi sento professionalmente nel tempo dei regali (chissà come e se si può misurare e se gli Amondawa hanno una parola per questo).

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sono Chiara

lavoro come maestra nella scuola primaria

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