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P-P-F: Passato, Presente, Futuro

La freccia del tempo non è una legge naturale: è un’invenzione culturale, un artificio grafico e concettuale con cui gli esseri umani tentano di arginare il flusso caotico degli eventi. Quando bambini e bambine di sei anni varcano la soglia della prima primaria, è probabile che vivano immersi in un presente denso, continuo, nel quale non è ancora così necessario mettere ordine. “Ieri” può indicare qualsiasi momento trascorso, “domani” un futuro indefinito. Ho letto di una tribù amazzonica, gli Amondawa, per i quali non è necessaria l’idea di tempo e quindi non ne esistono rappresentazioni. Unica necessità: riconoscere i cambiamenti che, diremmo noi, il tempo provoca nelle persona: e allora nelle diverse fasi della vita vengono cambiati i nomi delle persone. Il tempo è legato agli eventi e non esiste slegato dalla realtà, come entità astratta e assoluta (interessante che una tribù animista sia arrivata molto prima a una conclusione simile a quella che secoli di fisica e una mente come quella di Einstein hanno dato all’occidente). In ogni caso, la nostra cultura – e, quindi, il nostro stare al mondo- prevede l’acquisizione dei concetti di prima-durante-dopo, di passato-presente-futuro. Ma non è certo onesto insegnare la successione temporale attraverso schede dogmatiche e vuote. Nell’anno scolastico appena trascorso, con le mie colleghe, abbiamo provato ad offrire uno spazio fisico, un dispositivo materiale e un rituale con cui toccare, spostare e abitare il tempo, nella nostra prima primaria.

Ad inizio ottobre, sulla parete della classe, abbiamo allestito una bacheca permanente:- – in alto a sinistra, una cartellina rigida con la scritta PASSATO, inizialmente del tutto vuota
– in alto a destra, una cartellina con la scritta FUTURO, con all’interno fogli bianchi
– al centro, uno spazio ampio per l’affissione: il PRESENTE
– infine, in basso, a chiudere la struttura, una lunga freccia disegnata che corre da sinistra a destra, con la scritta TEMPO.

La consegna, ripetuta ogni venerdì, era questa: pescare un foglio bianco dal Futuro, farlo diventare Presente raccontando un fatto significativo vissuto insieme a scuola durante la settimana, per poi, il venerdì successivo, riporlo nella custodia del Passato. Nel corso dei mesi, la dicitura per esteso “Passato-Presente-Futuro” si è progressivamente prosciugata nell’acronimo P-P-F, segno che la procedura non era più un’istruzione ricevuta dall’esterno, ma un linguaggio condiviso e interiorizzato.

C’è un aspetto della didattica sempre presente, ma che facciamo fatica ad ammettere ed esplicitare: la fatica sorda della continuità, dell’ordinario. Progettare un’attività è facile; mantenerla viva ogni venerdì per nove mesi è quasi un atto di resistenza. Nel corso dell’anno la tentazione di cedere è costante. Arriva il venerdì in cui si è indietro con qualche altra attività da chiudere, il venerdì dell’imprevisto burocratico, della stanchezza accumulata, del maltempo che scompagina i ritmi, o semplicemente la sensazione che “per oggi si possa saltare”. Togliere spazio a un rituale espressivo per recuperare tempo disciplinare è la scorciatoia più a portata di mano. Vincere quella tentazione significa fare una piccola scelta di campo pedagogica: decidere che il tempo della rievocazione, della parola e del senso non è “tempo rubato” ad altro, ma il terreno stesso su cui la materia si fonda. Se l’insegnante non presidia con ostinazione quel momento, la freccia del tempo torna ad essere un valore astratto stampato sul libro di testo, privo di qualsiasi aderenza con la vita reale dei bambini.

L’attività si è sempre articolata in due fasi complementari:

  1. L’assemblea dei ricordi: un momento iniziale di conversazione libera e condivisa. Emergono aneddoti, micro-conflitti, uscite didattiche, risate, letture fatte al tappeto. L’unico vincolo condiviso era la comunanza dell’esperienza: doveva essere successo insieme.
  2. La scelta e la resa grafica: ciascuno sceglieva autonomamente quale frammento trattenere.

In questo processo, l’evoluzione dell’espressività e del codice scritto è stata sorprendente:

  • Autunno (Il disegno e la dettatura): All’inizio i fogli si riempivano di soli disegni. I bambini raccontavano a voce alla maestra il significato del loro lavoro e l’adulta annotava in calce una frasetta descrittiva (es. “Io in cortile nell’intervallo”, “Quando abbiamo fatto l’uscita nel quartiere”).
  • Inverno (I primi esperimenti alfabetici): Con l’avanzare dell’apprendimento della letto-scrittura, sono comparsi i primi timidi tentativi di etichettatura autonoma, parole isolate, titoli in stampatello maiuscolo, nomi propri annotati accanto alle figure.
  • Primavera-Estate (La frase narrativa piena): Verso la fine dell’anno la scrittura autonoma è diventata la norma. Ma l’obiettivo non era solo infilare lettere: questo è stato uno dei modi per provare ad arrivare a una frase di senso narrativo pieno. Per considerare il racconto “finito”, la frase doveva contenere gli elementi cardinali dell’inquadramento spazio-temporale e causale: un chi (il soggetto), un cosa (l’azione o l’evento), un dove e un quando.

La bacheca è sempre stata lì, una specie di mostra settimanale in evoluzione, ma un passaggio chiave è stato non fermarsi alla sua fruizione estetica passiva. Nel corso dell’anno, la freccia del tempo è diventata essa stessa, diciamo così, oggetto di riflessione epistemologica. Attraverso momenti di discussione guidata, abbiamo provato a capire che la freccia non “è” il tempo, ma è una rappresentazione umana, un codice che abbiamo inventato per aiutarci a figurare ciò che non si può toccare. Abbiamo così messo la freccia in dialogo con altri artefatti culturali incontrati durante i mesi:

  • Il calendario: con la sua struttura a griglia, a blocchi, che organizza la ciclicità dei giorni e dei mesi.
  • L’orologio: con la sua forma circolare, in cui le lancette ritornano ciclicamente sui propri passi mentre il tempo scorre avanti.

P-P-F si è anche rivelata una straordinaria sonda psicopedagogica. L’archivio dei disegni prodotti in un anno è una miniera d’oro per chiunque voglia comprendere come gli eventi si sedimentano, brillano o vengono selezionati dalla memoria di un bambino di sei /sette anni.

  • La gerarchia delle priorità emotive: Ciò che per l’adulto costituisce il “fatto del giorno” (la lezione programmata, la gita importante) per il bambino è spesso uno sfondo irrilevante. La sua mente trattiene e fa brillare il dettaglio ad alta carica affettiva: un compagno che si fa male in giardino, il ritrovamento di una noce o di uno scoiattolo di peluche, la lettura di un libro divertente come “Cacca Pupù”, la caduta di un dentino da latte, o il gioco fatto sotto i banchi.
  • La mappa delle relazioni e del sé: L’analisi spaziale dei fogli rivela il vissuto profondo dell’alunno. Chi disegna solo sé stesso? Chi si colloca al centro del foglio e chi ai margini? Quali compagni compaiono sempre vicini, tenendosi per mano? Come viene rappresentata la figura dell’insegnante (gigantesca, rassicurante, assente, severa)? P-P-F ha restituito una mappatura continua e con pochi filtri della sociometria affettiva della classe.

Al termine di ogni mese, i disegni affissi venivano staccati, scannerizzati, impaginati in un fascicolo digitale e inviati alle famiglie. Questo passaggio non rispondeva a un dovere di vetrina, ma a una necessità pedagogica: offrire ai genitori un supporto visivo e concreto per stimolare il racconto a casa. Il classico e sconsolante dialogo serale: “Cosa hai fatto oggi a scuola?” “Niente” veniva così scardinato.
Sfogliando i disegni insieme ai genitori, il bambino ritrovava le tracce della propria esperienza e poteva riattivare il filo della narrazione (se lo abbiano fatto o meno, in realtà, non lo so esattamente). Anche la documentazione verso l’esterno, tuttavia, rivela la realtà vera del lavoro docente, o almeno del mio. Sono riuscita a sostenere il ritmo delle scansioni, della grafica e dell’invio mensile per i primi quattro mesi: Ottobre, Novembre, Dicembre e Gennaio. Poi la quotidianità scolastica e la laurea hanno preso il sopravvento, i faldoni si sono accumulati e la restituzione digitale si è interrotta. È ad agosto che, con un pizzico di vergogna, mi appresto a riprendere in mano le scansioni dei mesi restanti (da Febbraio a Giugno) per chiudere il cerchio. La documentazione è un processo vivo, faticoso, imperfetto, che richiede tempo, ma vale la pena portarlo a compimento.
Alla fine dell’anno, ciò che resta non sono solo decine di fogli colorati archiviati nelle cartelline. Resta una classe che ha imparato a fermarsi, a guardarsi indietro, a nominare ciò che è vissuto, a raccontare un noi cresciuto piano piano e ad attendere, con fogli bianchi tra le mani, ciò che deve ancora accadere.

Difficile esprimere quanto mi piacerebbe far evolvere questo progetto in seconda, sperando che l’algoritmo ci assista e che voglia essere benevolo nello scrivere quel foglio bianco ancora chiuso nella cartellina “futuro”.

Hai appena letto “P-P-F: Passato, Presente, Futuro”: è una delle vie di Oltreluci, un percorso realizzato in classe.

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Una risposta a “P-P-F: Passato, Presente, Futuro”

  1. Avatar Pezzetti di storia: il racconto di sé da Giuseppe a noi – oltreluci

    […] fare quest’anno insieme nella nostra prima primaria, come raccontato nell’esperienza di Passato-Presente-Futuro e nelle Immersioni di gioia (arriverà il racconto anche di quello) e come abbiamo assegnato per […]

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sono Chiara

lavoro come maestra nella scuola primaria

benvenutə tra le oltreluci, luogo di pensieri e racconti di scuola

le oltreluci accendono l’immaginazione e l’amore per la scoperta, aprono spazi sconfinati di pensiero poetico e critico, intrecciano le arti ad ogni sapere, che si fa così creazione e trasformazione

le oltreluci sono quei bagliori di senso che possono guidare noi maestrɜ oltre le consuetudini, alla ricerca di pensieri e percorsi che espandono e ridisegnano ogni nostro già detto, già fatto, già pensato

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