vie educative per cuori vivi e menti accese

Aprire il cerchio

Qualche settimana fa è venuta a trovarci J, una cugina americana di mia mamma, che abita a New York e che non avevo mai incontrato di persona. Parlando delle nostre vite, abbiamo scoperto di condividere lo stesso terreno: anche lei ha dato una virata decisa alla sua vita professionale, passando dall’economia alla scuola. Lei ha lavorato per tantissimi anni nel mondo della finanza, per poi rimettersi a studiare e trascorrere la seconda metà della sua carriera come school library media specialist, una figura che nelle scuole d’oltreoceano attraversa tutte le classi per accendere l’amore per la lettura, curare le biblioteche e insegnare a orientarsi tra le fonti e le ricerche.

Dopo il suo rientro a casa le ho scritto, timidamente, per chiederle uno sguardo su Oltreluci. Volevo capire da lei se questo modo di raccontare la scuola, così legato alla nostra lingua e alle nostre classi, potesse avere un senso anche fuori dai nostri confini, o se fosse semplicemente un’esperienza troppo italiana e di nicchia per viaggiare lontano.

La sua risposta mi ha aperto davanti un paesaggio inaspettato.

J mi ha spiegato che negli Stati Uniti non esiste un programma nazionale unico: ogni Stato ha i suoi standard curricolari e ogni anno ciascun insegnante viene valutato attraverso rubriche molto dettagliate, che sto provando a capire. Guardando il mio sito, mi ha fatto notare come questo lavoro di scrittura e documentazione lì verrebbe letto sotto due voci precise dei loro criteri di valutazione: la professional growth (la crescita professionale continua) e la communication and collaboration (la capacità di fare rete e dialogare con le famiglie e la comunità).
Poi mi ha mandato i link della sua ex scuola elementare (pubblica, dove gli standard e i programmi sono seguiti con particolare rigore): navigando tra le loro pagine ho trovato intere sezioni dedicate al Social-Emotional Learning (SEL), all’apprendimento socio-emotivo strutturato dentro la vita scolastica quotidiana. Per carità, si tratta di un manifesto scritto su un sito e non abbiamo idea di cosa venga realmente realizzato nelle classi, ma comunque mi ha colpito la naturalezza con cui in quello spazio si parli ai genitori di consapevolezza di sé, di gestione delle emozioni, di empatia e di relazioni come di una parte integrante e quotidiana dell’apprendimento, non di un’aggiunta opzionale o di un’ora speciale da fare una volta ogni tanto. C’è l’idea che la scuola non nasconda ciò che sente, ma costruisca un vocabolario comune con la comunità per dare parole a ciò che i bambini vivono ogni giorno tra i banchi e a casa.

Mi sono fermata a pensare. Da noi le Indicazioni Nazionali arrivano dal centro e vengono riscritte a ogni cambio di rotta politica; l’educazione affettiva e relazionale viene messa ai margini, resa opzionale o addirittura rimossa; una volta entrati in ruolo non esiste alcuna forma di valutazione o valorizzazione del percorso dellə maestrə. Chi sceglie di studiare, di curare i dettagli, di inventare percorsi o di fermarsi a riflettere lo fa per una propria urgenza etica e pedagogica. Tutto quel tempo sommerso — le ore dedicate a pensare prima di entrare in classe e a rielaborare dopo — resta invisibile, non quantificato e non riconosciuto, nonostante sia necessario.

La mia officina: raccogliere per non disperdere.

Quel tempo invisibile è uno dei luoghi in cui la scuola prende vita. Per me documentare non è un compito burocratico né un modo per mettere in mostra un lavoro finito. È una pratica quotidiana, minuta, fatta di gesti semplici:
La riflessione preventiva, la programmazione, l’invenzione: cerco spunti, li elaboro, condivido con lɜ colleghɜ, preparo i materiali almeno in bozza, comincio ad annotare uno schema di massima di come immagino sarà un lavoro.
Le parole al volo: tengo sempre a portata di mano un quadernetto (o foglietti volanti) dove annoto una frase detta da un bambino all’intervallo, una domanda spiazzante sulla libertà, una definizione poetica nata per caso durante una lezione di grammatica.
Le tracce: fotografo un cartellone, la lavagna, i dettagli di un disegno, le pagine vive dei quaderni, i disegni liberi; registro una breve nota vocale sul telefono appena finisce la giornata, per fissare il tono di una discussione o il senso di un inciampo prima che la memoria lo cancelli.
La forma: poi, quando riesco a ritagliarmi un’ora di calma, mi fermo. Riguardo quelle tracce, riascolto, rimetto insieme i pezzi e scrivo qui.

Perché lo faccio? Perché le cose (belle o brutte che siano) che accadono a scuola sono fragili: se non le raccogli, evaporano nel suono della campanella.
Tenere traccia serve prima di tutto a me, per capire dove stiamo andando. Ma serve anche a far navigare le idee. Scrivere e condividere significa lanciare un’ipotesi nell’aria, sperando che un altrə maestrə la raccolga, la smonti, la trasformi e la faccia fiorire in un’altra classe, con altri bambini, in modo completamente diverso. Non ci sono ricette da copiare: ci sono suggestioni che chiedono solo di essere riabitate.

Questa stessa intenzione sta per prendere una forma più definita. Nei prossimi mesi comincerà una collaborazione con la rivista Gulliver, per cui curerò delle proposte di programmazione e progettazione didattica. È un sentiero che mi sposta un po’ rispetto alla libertà fluida di questo blog, portandomi dentro a una struttura editoriale più precisa e cadenzata. Ma la posta in gioco, per me, resta identica: proporre materiali e percorsi strutturati che non siano gabbie da seguire pedissequamente, ma ponti verso un sapere aperto. Vorrei che anche dentro a una guida didattica continuasse a scorrere la stessa linfa di sempre: la tensione verso le arti, il corpo, la poesia, il pensiero critico, e la profonda convinzione che nessuna disciplina possa bastare a se stessa se non sconfina nelle altre.

Ne parlerò più avanti, aprendo nuovi orizzonti e raccontando come proverò a tenere insieme la cura del dettaglio, la programmazione e il respiro largo dell’immaginazione.

Un piccolo scambio tra noi.

Più che raccogliere risposte precise, mi interessa aprire una domanda su come abitiamo il nostro mestiere.

Voi come vi muovete tra i banchi e fuori dall’aula? Vi capita di raccogliere tracce, annotare, provare a dare una forma a quello che accade, o è una pratica che sentite troppo distante? Se non documentate, cosa vi frena di più: la cronica mancanza di tempo, la stanchezza, o magari quel pensiero subdolo che ci fa dire “ma figurati se a qualcuno interessa come lavoro io”? Oppure, semplicemente, trovate più comodo e sicuro affidarvi a percorsi già tracciati, a guide, libri di testo e schede pronte da usare senza troppi giri di pensiero?

Non ci sono risposte giuste e risposte sbagliate: è interessante il processo e capire dove si colloca per ciascunə il confine tra l’esigenza di inventare e il bisogno di appoggiarsi a qualcosa di già fatto.

Se vi va di raccontarmi come lavorate, di condividere dubbi, o se tra le vostre navigazioni ci sono blog, diari d’aula e spazi di riflessione che vi accendono la testa, potete scrivermi, cercando il mio indirizzo qui. Fa sempre bene allargare la visuale e costruire una mappa di pensieri condivisi.

E, infine, la mia scelta è quella di documentare pubblicamente: questo ha senso solo se c’è qualcuno dall’altra parte che legge, smonta e raccoglie. Se sentite che i pensieri che abitano Oltreluci possono portare aria buona a colleghɜ, maestrɜ o persone curiose di scuola, fateli viaggiare. Consigliate questo spazio a chi potrebbe trovarvi una scintilla utile per il proprio cammino, o invitatelɜ a seguire il sito e gli aggiornamenti sul canale WhatsApp dedicato.

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sono Chiara

lavoro come maestra nella scuola primaria

benvenutə tra le oltreluci, luogo di pensieri e racconti di scuola

le oltreluci accendono l’immaginazione e l’amore per la scoperta, aprono spazi sconfinati di pensiero poetico e critico, intrecciano le arti ad ogni sapere, che si fa così creazione e trasformazione

le oltreluci sono quei bagliori di senso che possono guidare noi maestrɜ oltre le consuetudini, alla ricerca di pensieri e percorsi che espandono e ridisegnano ogni nostro già detto, già fatto, già pensato

le oltreluci sono scintille che abitano i diversi modi di sentire, pensare e conoscere: se riusciamo a vederle, allora possiamo accompagnare a brillare ogni unicità; sono piccoli segnali luminosi a ricordarci che siamo in ogni momento in cammino verso un miglioramento, di qualsiasi entità

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